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La campana di re Ferdinando

re ferdinandonewdi Giovanni Greco

Dopo oltre un secolo e mezzo, durante il quale ad “annunciare” alla popolazione le ore della giornata e a ricordare l’ineluttabilità del tempo che passa è stato solo l’orologio posto sulla facciata della chiesa madre, a dargli sostegno si è aggiunto da circa un anno un congegno elettronico automatico [senza orologio] collegato alle campane della chiesa conventuale dei Cappuccini. Le ore sono scandite dalla campana grande posta al centro dell’arco del campanile a vela, mentre i quarti dell’ora sono scanditi da una campana più piccola ancorata con assi di ferro sul muro di fronte. La campana piccola apparteneva alla chiesetta di San Giuvaniellu posta sul colle del Bacile e soggetta nel passato non tanto lontano a periodi d’incuria e di abbandono. Divenuta oggetto del lancio di pietre da parte dei ragazzini, per evitare che potesse cadere e rompersi, un giorno fu tolta dalla sua sede e conservata in un magazzino del convento, per ritornare ad essere riutilizzata quando, alla fine degli anni Ottanta del secolo appena scorso, fu presa la decisione di “modernizzare” e potenziare lo scampanio della chiesa conventuale. Ma ha funzionato ben poco, in quanto l’uso contemporaneo delle due campane è stato presto sconsigliato a causa delle forti vibrazioni che rischiavano di mettere in pericolo la stabilità del campanile. Per come riportato nell’iscrizione, fu donata nel 1953 da Costantino Oliverio, un terziario francescano molto praticante e devoto che fabbricava basti per asini e muli e per questo era soprannominato ‘u mbastaru. Fusa a Trani nella fonderia di Nicola Custozzi, abbonda di decorazioni e ornamenti floreali e vi è riprodotta a rilievo l’immagine di S. Antonio da Padova con in braccio Gesù Bambino. La storia della campana grande è strettamente intrecciata alle vicende della tragica spedizione di Attilio, Emilio Bandiera e compagni e ci è stata raccontata dallo storico Salvatore Meluso nelle sue documentate monografie sull’episodio risorgimentale. Sul far della notte di domenica 16 giugno 1844 un gruppo di ventuno patrioti con alla testa i due giovani ufficiali di marina veneziani sbarcarono presso la foce del Neto vicino a Crotone da un trabaccolo proveniente da Corfù. “Sognavano di «sommuovere le Calabrie». La mattina dopo, lasciata la valle del Neto sotto la “guida” del sangiovannese Giuseppe Meluso, soprannominato ‘u nivaru, presero la strada della Sila. Mercoledì 19 giugno, in località Stragola, a pochi chilometri da San Giovanni in Fiore, traditi da Pietro Boccheciampe, furono circondati e assaliti dalle guardie urbane del centro silano, comandate da Domenico Pizzi e costituite in gran parte da rappresentanti della classe dominante. Dopo un breve conflitto a fuoco, durante il quale furono uccisi Giuseppe Miller e Francesco Tesei, in sei, tra cui il Meluso, riuscirono a fuggire, gli altri dodici furono fatti prigionieri, trasferiti a Cosenza e subito processati e condannati. Venendo incontro ad una supplica della cittadinanza sangiovannese, che gli era stata sollecitata dall’arcivescovo di Cosenza Lorenzo Pontillo, il re di Napoli e delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone, oltre a legalizzare con decreto agli usurpatori la proprietà dei fondi dei quali si erano impossessati in Sila e ad esentare il Comune dal dazio sul macinato, con ministeriale del 22 luglio 1844 dispose che fossero elargite medaglie, onorificenze, prebende, pensioni vitalizie a tutti coloro che avessero contribuito «alla distruzione della banda armata dei rivoltosi». Tra le tante richieste pervenute ci fu anche quella dei frati del convento dei Cappuccini, che con semplicità francescana dichiararono di «aver rivolto preghiere all’Altissimo, per la sconfitta degli esteri rivoltosi». La commissione preposta all’esame delle domande sanzionò che l’aver pregato non poteva costituire motivo di ricompensa, in quanto «asserito e non provato». Ma, in considerazione che la chiesa era priva di campana «per essersi rotta quella esistente», deliberò la concessione di una campana nuova. La campana, ricca di motivi ornamentali fitomorfi, di una bella immagine a bassorilievo dell’Immacolata Concezione e di una cornice triangolare con dentro il nome del mastro campanaro che la realizzò [Pietro Provenzano di Cortale], è quella tuttora in uso. Sulla gola è riportata in lettere maiuscole l’iscrizione in latino che ricorda la donazione: «Appartiene all’Ordine dei PP. Cappuccini di S. Giovanni in Fiore per dono di re Ferdinando nell’anno del Signore 1846».

Tratto da “il nuovo corriere della Sila” del 5 GENNAIO 2013

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