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La chiesetta dell’Apatìa

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Qualche secolo prima dell’ascesa in Sila dell’abate Gioacchino e della nascita della prima comunità monastica florense (1189), lungo le balze scoscese dell’Alto Marchesato e della Presila ionica, in particolare nelle zone comprese tra i fiumi Neto e Lese, dai monaci basiliani di rito greco bizantino, arrivati dalle regioni del Medio Oriente e dalla Sicilia, fu fondato un gran numero di grotte, laure e monasteri, le cui testimonianze si possono ancora oggi ammirare.

La più importante di queste strutture monastiche era certamente il monastero dei Santi Tre Fanciulli nei pressi di Caccuri, in località oggi comunemente nota con il nome di Patìa o Apatìa, cioè Badia e Abbazia. Al buon andamento economico del monastero i monaci provvedevano con la coltivazione dei campi e l’allevamento degli armenti nelle vicinanze del monastero, ma anche in zone più lontane della vicina Sila e più precisamente nelle località Calosuber e Faradomus. La prima a breve distanza dal primo insediamento florense di Fiore Vetere, la seconda poco sopra la confluenza dell’Arvo con il Neto, sede poi del nuovo e attuale archicenobio.

Grande, quindi, fu il loro sconcerto, quando vennero a conoscenza che con diploma dell’ottobre 1194 l’imperatore Enrico VI di Svevia aveva concesso alla neonata comunità florense un vasto territorio i cui confini lambivano i confini del monastero basiliano e comprendevano anche le località sopraddette. A Calosobuer fu addirittura fondata una dipendenza monastica e Gioacchino ne cambiò il nome con quello di Bonum Lignum (Bonolegno). Seguì un ventennale contenzioso, con contorni anche di aspri episodi di violenza da parte dei monaci italo-greci, che si concluderà nel 1215 con un “patto di concordia”, per il quale si adoperò con successo l’arcivescovo di Cosenza Luca Campano. Nei decenni successivi i monaci dell’Apatìa si convertirono al rito latino, il monastero prese la denominazione di Santa Maria Nuova di Calabria e fu affidato alla sorveglianza e alle cure «dell’abate e dei monaci di Fiore», pur continuando a essere gestito in piena autonomia e indipendenza.

 

La situazione restò tale fino al 1652, quando, a conclusione dell’inchiesta di papa Innocenzo X sullo stato dei monasteri e conventi, l’Apatìa, che da tempo versava in stato di decadenza per i pochi redditi, il numero insufficiente di monaci e le non buone condizioni del monastero, fu soppresso e successivamente incorporato nel monastero di San Giovanni in Fiore. Alcuni anni dopo così ne celebra il glorioso passato l’abate cistercense Gregorio De Laude in una sua monumentale opera: «Nel territorio della città di Caccuri, diocesi di Cerenzia, c’era il cenobio dei monaci greci dei Santi Tre Fanciulli, senza dubbio grande e abbastanza celebre». Nel 1807, in esecuzione del decreto napoleonico di soppressione di ordini e monasteri, le proprietà dell’ex cenobio basiliano, comprese le zone rurali di Acquafredda, Carello e Fantino, furono incamerate dallo Stato e, insieme a quelle della commenda silana, andarono a costituire il territorio del comune di San Giovanni in Fiore. La chiesa con «gli arredi, gli ornamenti sacri e le reliquie dei Santi» fu lasciata sotto la giurisdizione ecclesiastica e affidata alla chiesa matrice sangiovannese.

Nel 1922 fu inclusa nel territorio della parrocchia Santa Maria della Sanità del rione Cona e dal 1957, con le frazioni di Saltante, Palla Palla, Fantino e Acquafredda, fa parte della Parrocchia della Natività della Vergine Maria, la cui titolarità è ora detenuta dalla chiesa di San Domenico all’Olivaro.

Degli antichi edifici monastici, ancora documentati nelle carte catastali del 1936, non è rimasto nulla. La chiesetta, invece, che nei secoli ha sempre continuato a funzionare come luogo di culto, è conservata in buono stato grazie alle particolari cure e attenzioni che le vengono dedicate dal parroco Carlo Arnone.

La struttura, molto semplice e asimmetrica, è nobilitata sulla facciata da un portale di blocchi squadrati di calcarenite con arco a tutto sesto. Nelle due lunette ci sono due fiori aperti, sulla chiave di volta è scolpita una maschera apotropaica, che si ritiene possa essere il volto dell’abate commendatario Giacomo Caracciolo, la cui opera di restauro della chiesetta, operato nel 1717, è ricordata con un’iscrizione in latino molto deteriorata su una piccola lapide tufacea.

All’interno, sull’altare, un antico dipinto di autore ignoto raffigurante nella parte superiore la Vergine Maria e Gesù Bambino circondati da angeli e nella parte inferiore la rappresentazione della vicenda biblica dei Santi Tre Fanciulli (Anania, Misaele e Azaria) nella fornace ardente, per come è narrata nel Libro del profeta Daniele.

Articolo di Giovanni Greco tratto da “Il nuovo Corriere della Sila” – Gennaio 2016

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