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Cos’é la Sila?
Il mito della Sylva Brutia non porta solo la storia di alberi: la Sila non é solo alberi.E’ un pezzettino di Paradiso che tenta ancora di resistere al precipitare del mondo.Oggi é un altopiano in cui quà e là, dove l’asfalto della strada non ha osato infastidire gli gnomi della foresta, i boschi fitti sussurrano all’affascinante visitatore che funghi e lamponi (ma non quelli inventati dalla scienza!) esistono ancora per chi non ha fretta e sa ascoltare.Avete presente i cartelloni pubblicitari delle agenzie di viaggio che invitano migliaia di aspiranti turisti nel tale luogo inesplorato? Grazie a questi potete immaginare foreste intricate e ruscelli, ecosistemi inalterati e spiagge solitarie.
Ecco tutto questo videro i Greci quando approdarono in Calabria. E prima ancora le popolazioni autoctone o sfuggite alla schiavitù, che sapevano di poter trovare sicuro riparo in questa regione.La natura regnava sovrana ed incuteva stupito timore, mentre la sua imponenza tradiva forze arcane, quasi magiche, e l’ululato dei lupi si fondeva col cinguettio di indefinite specie di uccelli. La grande foresta ricopriva tutta la regione, dal Pollino all’Aspromonte, digradando verso il mare, ed era così selvaggia che le fiumare che si facevano largo tra i giganti difensori del suolo erano spesso le uniche vie di penetrazione.I magno-greci seppero rispettare l’equilibrio ecologico del tesoro che avevano trovato e la loro colonizzazione fu un esempio di civiltà ed intelligenza (Sibari, Crotone, Locri). I Sibariti però dovettero lottare con i Bruzi (autoctoni o nomadi che fossero, furono i primi abitatori della Sila) per il predominio sull’altopiano. Vinsero i Bruzi che vi si stanziarono stabilmente edificando Cosenza e facendone la “capitale” di tutto il territorio circostante. I Bruzi si allearono con Pirro e poi con Annibale e alla fine della seconda guerra punica la vittoria dei romani rese la Sila “agro pubblico” da cui estrarre legname pregiato (abeti, pini, querce, faggi da cui si ricavavano travi lunghe più di 30 metri) e pece per la costruzione delle potenti navi romane. Sotto l’Impero Romano la Sila venne salvaguardata e diventò, insieme alla Lucania, “Terza Regio”.
Anche se Roma traeva ogni anno da quella che era la più vasta foresta italiana rendite ricchissime, l’opulenza dei Bruzi non ne soffriva, perchè le ricchezze della Sila erano davvero rilevanti.Con la caduta dell’Impero Romano d’occidente e l’avvento dei longobardi i Bruzi conobbero la pressione dei tributi perchè dovevano corrispondere loro la terza parte delle risorse.Dopo i Longobardi vennero i Normanni che cominciarono ad elargire doni territoriali secondo un criterio di tipo feudale. Ad esserne avvantaggiato fu soprattutto l’ordine dei Cistercensi (fondato nel 1098 a Digione secondo la regola benedettina) di cui uno dei primi monasteri fu quello di Gioacchino (ed intorno ad esso sorse il maggiore dei centri silani: San Giovanni in Fiore).A partire dai Normanni quindi, le terre silane si ritrovarono suddivise tra grandi latifondi (terre cistercensi e grandi proprietà occupate illegittimamente le “difese”) e terreni occupati da braccianti e pastori spinti dall’indigenza a strappare il bosco appezzamenti coltivabili (incendiavano gli alberi dopo averne estratto resina e trementina, ma dopo un paio di anni dovevano abbandonare il luogo perchè le coltivazioni sulle pendici dei monti sono sempre precarie).Ai Normanni succedettero gli Svevi (lo splendido castello che troneggia sulla città di Cosenza fu residenza del grande Federico II) e poi gli Angioini che istituirono persino una tassa su ogni aratro posseduto. Grazie a Roberto D’Angiò la Sila fu suddivisa in tre demani per evitare contese: le terre regie, quelle feudali e quelle pubbliche.Si potè usufruire con tranquillità delle ricchezze del territorio fino all’epoca di Filippo II successore di Carlo V (XVI secolo).Gli Spagnoli infatti impedirono per qualsiasi motivo il taglio degli alberi e minacciarono di vendere terreni ai grandi signori forestieri. Questo fu evitato perchè le popolazioni che ne sarebbero state irrimediabilmente danneggiate insorsero con successo.Dopo gli Spagnoli la Sila si trovò dapprima patrimonio Austriaco e poi Borbonico.
La rivoluzione francese portò fin quì alcuni suoi influssi benefici e in particolare la distruzione della feudalità: la Sila feudale divenne proprietà dello stato e furono affidati terreni a chiunque ne avesse avuto bisogno per agricoltura, pascolo o industria.Nel 1860 anche la Sila divenne ovviamente parte del regno d’Italia e agli abitanti fu concesso di esercitare gratuitamente l’uso del territorio. Negli anni ‘50 di questo secolo fu varata la legge dell’Opera Valorizzazione Sila: antichi latifondi furono divisi in piccoli lotti e assegnati a famiglie contadine, vennero costruite strade e nacquero villaggi rurali disseminati ovunque su quella che era sempre stata la minacciosa montagna solitaria.
Il progresso non poteva coinvolgere anch’essa, anche se in minima parte, ma chissà se su Marte o sulla Luna la troveranno poi, un’altra Sila…!
Caterina Biafora

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