Convento Cappuccini
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Negli stessi anni in cui S. Giovanni in Fiore ebbe il riconoscimento giuridico, in Calabria si andava affermando la riforma cappuccina. Ebbene, non erano passati molti anni dall’inizio dei due avvenimenti, quando un sangiovannese si fece Cappuccino: è il P. giovanni che figura guardiano nel convento di Dipignano l’anno 1596. ciò significa che, a S. Giovanni in Fiore, la riforma era stata conosciuta una trentina di anni prima. Questo fatto ci induce a pensare che S. Giovanni in Fiore ebbe, in breve tempo, uno sviluppo demografico abbastanza accentuato e che, da Casale prettamente agricolo vincolato al Monastero Florense, si era avviato alla municipalità. La presenza cappuccina E’ di questo periodo evolutivo la presenza dei Cappuccini che, attraverso l’altopiano della Sila, provenienti dal lato cosentino, incominciarono a frequentare S. Giovanni in Fiore. Così si spiega l’esistenza di un frate nativo del luogo, anche se il suo primo impatto con i religiosi potrebbe essere stato puramente casuale. Ma non certamente in un secondo tempo quando, per ragione di “questua”, l’arrivo dei frati “cercatori” divenne perlomeno stagionale. Difatti, poichè il convento limitrofo era quello di Pedace, distante 25 miglia, si rese necessario che questi frati, impossibilitati al continuo via vai, avessero un alloggio a S. Giovanni in Fiore; una casetta , cioè in cui ritirarsi la sera e riporvi quanto avevano questuato di giorno: era detta “ospizio” e i Cappuccini ne avevano pure in altri luoghi dove non c’era il convento. Che così fosse anche per quanto attiene a S. Giovanni in Fiore lo si deduce dalla testimonianza che riproduciamo per intero, benchè non sia stata redatta per farci conoscere direttamente l’esistenza dell’ospizio.
Poichè a Frate Antonio occorse di far viaggio da S. Giovanni in Fiore e con lui, oltre i secolari, c’erano i frati, è evidente che a S. Giovanni in Fiore vi era un “ospizio” che li accoglieva. Fondazione del convento Nelle nostre cronache l’espressione “fondazione” è ambivalente: avolte denota l’inizio della costruzione, altre volte la presa di possesso del luogo. Per S. Giovanni in Fiore l’espressione è univoca in due relazioni del 1650, che parlano dell’inizio della fabbrica, però con la discrepanza di tre anni riguardo alla data. La prima è del 20 febbraio; la seconda del 1′ dicembre. Quella di febbraio dice: << Il Convento di Frati Minori Cappuccini di S. Giovanni in Fiore, della Provincia di Cosenza, è situato fuori della Terra del predetto S. Giovanni, Diocesi di Cosenza. Il luogo è aperto, a canto di strada publica et è in selva, lontano dall’habitato un tiro d’Archibugio. Fu pigliato a di 25 Maggio l’Anno 1614 e s’incominciò a fabbricare l’Anno 1639, col consenso dell’Ordinario Diocesano, ad istanza del Popolo et Signori di S. Giovanni, con le loro elemosine fabricato et eretto secondo la povera forma Capuccina, con celle numero diecinove. Ha la Chiesa sotto il Titolo et invocatione del P. S. Francesco d’Assisi>>. Questa relazione è stata fatta dal P. Matteo da Pedace, guardiano pro tempore, come risposta all’inchiesta di Innocenzo X. A parte la descrizione del convento, lo scopo principale era quello di evidenziare la consistenza numerica dei frati e provare che, chiesa e convento non avevano oneri di natura spirituale e temporale. Noi abbiamo rilevato solo la parte che riguarda la fondazione. L’altra relazione non è firmatae, più laconicamente, dice: <<S. Gio: in fiori. Luogo della Diocesi di Cosenza, fu fondato l’anno 1636. Diede il sito D. Francesco Maria di Majo di Cosenza senza riserba di proprietà. Il titolo della Chiesa è la concezione, e la figura del Suggello è S. Gio: Battista>>. Quì l’anno 1636 dev’essere inteso non tanto come quello dell’inizio della fabbrica vera e propria, ma piuttosto come l’avvio delle operazioni di disboscamento ed appianamento del terreno, che era in selva. L’anno 1639 riportato nella prima relazione può ritenersi quello della posa della prima pietra. Le due relazioni si completano a vicenda sull’anno della donazione e sul nome del donatore, ma divergono sul titolo della chiesa. Ora, avendo acquisito l’anno della donazione e quello della fondazione del convento, viene spontanea la domanda: perchè i Cappuccini hanno atteso ventidue anniper costruirsi il convento a S. Giovanni in Fiore? In mancanza di ragioni valide sicure, la risposta non può essere formulata se non con congetture, come le seguenti. Innanzitutto c’è da dire che il problema non si poneva perchè, comunque fosse, una abitazione i frati ce l’avevano, e non solamente per i frati che andavano per la questua poichè, in casi come questo, qualche volta ne usufruivano i sacerdoti, sia che fossero di passaggio, sia che vi si recassero per motivi vari, con la predicazione. La donazione del luogo, fatta dal Di Majo, era in serva, perciò richiedeva un notevole lavoro per adattarla alla costruzione. Inoltre era in fase di ultimazione il convento di Amantea; si stavano costruendo i conventi di Piane Crati e di Strongoli; c’erano pressioni per costruire a Cetraro ed a Cirò: tutte cose validissime per procrastinare l’erezione del Convento in S. Giovanni in Fiore. Aggiungasi che nelle due relazioni su riportate non è messa in evidenza la richiesta del popolo e delle autorità, come per la costruzione di altri conventi; ciò vuol dire che fossero contenti di come stavano le cose. Certo è che che, se si eccettua Campo Tenese, la fondazione di S. Giovanni in Fiore è l’ultima della lunga serie: il trentaseiesimo convento! Ora un’altra domanda è d’obbligo: in quale anno i Cappuccini s’insediarono nel convento di S. Giovanni in Fiore? Se l’espressione usata dal P. Russo: <<Soltanto nel 1636 si apre il convento della Concezione in S. Giovanni in Fiore…>> posta a significare che i frati, ultimato il convento, lo hanno aperto per abitarlo reglolarmente, non si può accettare per buona. E’ certo, infatti, che l’anno 1636 segna l’inizio dei lavori di sterramento, mentre ci vorranno ancora tre anni prima di dar principio alla fabbrica del convento. Sembrerebbe però che egli voglia proprio dare un significato abitativo al verbo si apre poichè crede di poter correggere P. Pellegrino da Forlì, il quale giustamente ci informa che nel 1642 il convento di S. Giovanni in Fiore “era in fase di fabbricazione”. Questa notizia è più che vera anche per l’anno 1643. Infatti, essendoci stato, in quest’anno, il Capitolo Generale, il nostro Provinciale P. Anselmo da Zumpano nella sua relazione sullo stato locale disse che i conventi in Provincia erano 36 e che c’era un “luogo di fabbrica”; quello appunto di S. Giovanni in Fiore. Poichè tutti i nostri conventi sono stati costruiti “in economia”, quindi senza l’impiego di manodopera esterna, ma dagli stessi frati; visto che per altri conventi si sono impiegati non meno di otto anni, si potrebbe concludere che quello di S. Giovanni in Fiore sia stato portato a termine intorno al 1647, chiesa compresa. Non esiste una cronaca che ci faccia conoscere le vicende di questo nostro convento. Da altri documenti sappiamo che, oltre al congruo numero di sacerdoti e fratelli non chierici, a volte c’e’ stato qualche giovane studente, affidato alle cure di un lettore che lo preparava al sacerdozio. E’ accertato che che fu sede del Capitolo di conferma del 1724, al quale prese parte il Beato che, nell’occasione, predicò le missioni, piantò la croce come calvario, operò miracoli e, comandato dal P. Giovanni Battista da Scigliano, lavò i piatti in cucina con i fratelli non chierici, per la qual cosa fu ammirato da tutti i Capitolari, <<essendo già stato Provinciale e più volte Definitore>>. Sempre a S. Giovanni in Fiore furono celebrati i Capitoli Provinciali elettivi del 1743 e del 1799; Non sfuggì alla soppressione murattiana, che lo colpì il 10 novembre 1811; fu riaperto nel 1817 con l’elezione a guardiano del P. Francesco Maria, del luogo. Ufficialmente soppresso anche per la legge del 9 Luglio 1866, in pratica i frati vi restarono. Difatti in un dispaccio del 10 agosto 1868 si notifica: <<Il Municipio l’ha fittato ai Monaci i quali vivono in comunità come neanche fossero stati soppressi>>. Così si andò avanti fino alla Congragazione Capitolare del 1886, cioè per venti anni, allorchè vi fu eletto guardiano P. Gesualdo da S. Giovanni in Fiore. Morto lui il 3 novembre 1891, essendo molto ridotto il numero dei religiosi sia per effetto della soppressione, sia per il decesso di altri, il convento fu abbandonato definitivamente, dopo 250 anni dalla fondazione. Essendo ancora vigenti le leggi eversive, ne divenne proprietario il Comune che lo mise all’asta. Migliore offerente fu la signora Saveria Lopez che l’acquistò con la segreta intenzione di farvi ritornare i frati. Ma ciò non avvenne perchè la Lopez, allo scopo di rifarsi della somma sborsata per la compera, affittò l’orto ad alcune famiglie del luogo. Nel frattempo ci furono approcci con la proprietaria prima, poi con gli eredi, per arrivare ad un compromesso che avesse consentito ai Cappuccini di riaprire il loro Convento. a scopo esplorativo alcuni frati andarono a S. Giovanni in Fiore per vedere qual era la reale situazione e poter più facilmente appianare le difficoltà; ma poichè il convento aveva subìto danni non facilmente riparabili ed anche perchè non godeva piena autonomia, per la presenza dei fittavoli, non se ne fece nulla. gli eredi Lopez però, volendo attuare la volontà della defunta Sig.ra Saveria, continuarono a richiedere la presenza dei frati con un copioso carteggio, indirizzato al Commissario Provinciale. Anche l’Arcivescovo di Cosenza faceva premure perchè i Cappuccini tornassero a rioccupare il loro convento “per il bene spirituale che potevano arrecare al popolo”. I Cappuccini che avevano del tutto abbandonata l’idea di riavere il convento, si piegarono a tali premure, però a condizione, però a condizione che i Lopez avessero ridimensionato le loro pretese e che, oltre al convento, potessero riavere anche l’orto. Perciò vennero alla soluzione della faccenda con le seguenti condizioni: a) la celebrazione in perpetuo di due funerali annui; b) in caso di altra soppressione, restituire tutto agli ex proprietari; c) qualora i Cappuccini vendessero convento e orto, far obbligo agli eventuali compratori di accettare le condizioni a) e b). In pratica, l’atto di cessione, firmato dal Commissario Provinciale P. Tommaso da Montenero, andò in vigore il 27 marzo 1914 con l’invio a S. Giovanni di Frate Modesto d’Acri che, dopo la consegna da parte dei Lopez, si sarebbe occupato di predisporre l’occorrente per l’insediamento della famiglia religiosa. In una sua lettera del 24 Aprile 1914, relazionando al Commissario Provinciale, Frate Modesto descrive l’avvenuta consegna e sottolinea la gioiosa accoglienza del popolo sangiovannese. La chiesa conventuale, della quale fin quì non si è fatto cenno, fu costruita insieme al convento nello stile semplice proprio dei Cappuccini: una navata, affiancata da altra più piccola con altari laterali. Con lo sviluppo edilizio attorno al convento, nel 1859 il parroco del tempo credeva potervi vantare dei diritti ai fini dell’assistenza religiosa della popolazione. Ma la vertenza non andò per le lunghe perchè fu composta dall’autorità competente. Però, durante l’assenza dei frati, il parroco usò la chiesina conventuale come succursale della chiesa parrocchiale e fu certamente cosa buona, sia perchè ebbe alcune cure di manutenzione, sia perchè vi si è celebrata la festa di S. Antonio di Padova, solennizzata da sempre dai Cappuccini e anche oggi molto sentita. Col ritorno definitivo dei frati, l’arcivescovo di Cosenza che li aveva sollecitati per un loro apporto qualificato a beneficio delle anime, volle erigere a parrocchia la nostra chiesa. Iniziata il 28 giugno 1921, la pratica fu perfezionata con l’investitura canonica di P. Luigi Caputo da S. Giovanni in Fiore il 1′ settembre 1922; il riconoscimento col Regio Decreto si ebbe il 17 giugno 1923. L’evento è certamente singolare perchè, in tutto l’Ordine dei Cappuccini,la chiesa monastica di S. Giovanni in Fiore è la prima, forse l’unica, che sia stata dichiarata parrocchiale in perpetuo. Con questo ruolo, intanto, si è rivelata troppo angusta. Per risolvere l’inconveniente si è pensato di ristrutturare la navatella laterale e, per avere maggiore spazio, sono stati tolti gli altari in legno del primo settecento, eccetto quello in onore di S. Antonio. Il lavoro eseguito nel 1925, non fu risolutivo e, per giunta, la chiesa ha perduto molto della sua originaria caratteristica, anche se nel complesso è quella di sempre. Il ritorno dei Cappuccini in S. Giovanni in Fiore e la chiesa fatta parrocchia furono causa di una vera esplosione di vocazioni. In un lasso di tempo relativamente breve, i frati della provincia monastica di Cosenza, originari del paese di S. Giovanni in Fiore, furono e sono i più numerosi. Nel periodo estivo, in occasione delle ferie, il vecchio convento non li conteneva più, per cui fu decisa la costruzione di una nuova ala a due piani accostata alla vecchia fabbrica, con un arricchimento anche per la chiesa, destinando il piano terra ad opere parrocchiali. Quando il nuovo corpo di fabbrica giunse alla funzionalità fu occupato dalla famiglia religiosa, per apportare alcune migliorie alla parte vecchia. Fu una vera fatalità. Appena incominciata la demolizione d’un muro interno, non considerato portante, rovinò tutto col rischio della vita di alcuni operai. A questo punto non c’era da fare che demolire e ricostruire, conservando le misure perimetriche del vecchio convento, anche in funzione della parrocchia. Il piano terra e’ stato adibito a scuola materna e il primo sopraelevato ad abitazione delle Suore che la gestiscono; mentre il secondo piano, opportunamente collegato al corpo di fabbrica costruito in antecedenza, resta disponibile per i religiosi. Oggi chi visita il convento di S. Giovanni in Fiore, ha la sorpresa di ammirare il vecchio chiostro delle origini racchiuso in un insieme totalmente nuovo. Notizie tratte da libro: di “P. Giocondo Leone da Morano, Cappuccino – I Cappuccini e i loro 37 Conventi in Provincia di Cosenza, Parte II, Volume II. Fasano Editore” fornito dai padri Cappuccini. |
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L’origine storica meglio accreditata del Casale o Terra di S. Giovanni in Fiore risale al 12 Aprile 1530. In Questa data, infatti, l’Imperatore Carlo V rilasciò il documento ufficiale che riconosce il primo nucleo di coloni immigrati dai Casali di Cosenza e, più numerosi, da Cerenzia e da Caccuri. A costoro, l’Abate e Commendatario perpetuo, Salvatore Rota, aveva ceduto a censo, o in enfiteusi perpetua, le terre che costituivano la vasta Commenda del Monastero Florense per metterle a frutto e ricavarne maggiore profitto.Ovviamente questi coloni vi si erano trasferiti con le proprie famiglie; avevano già costruito le prime abitazioni ed, essendo abbastanza numerosi, l’Abate Commendatario sollecitò dall’Imperatore il riconoscimento di Casale o Terra di S. Giovanni in Fiore, del quale, a buon diritto, può essere considerato il “fondatore”.
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